Gender gap: in Italia le donne devono fare i conti con stipendi più bassi e prodotti più cari. Tampon tax e proposta di legge sulla parità salariale tentano di attenuare il divario.

Il divario di stipendio e di spesa tra uomo e donna è un tema che si sta facendo sempre più cruciale e verso il quale si inizia a destinare la dovuta attenzione.

È di questi giorni la notizia della prossima introduzione in manovra del calmieramento della cosiddetta tampon tax, attraverso la riduzione dell’aliquota IVA sugli assorbenti.

Alla luce della forte incidenza di questo divario l’O.N.F. – Osservatorio Nazionale Federconsumatori ha condotto uno studio che mette in rapporto i redditi e la spesa di “genere”. Come è facile immaginare gli esiti sono tutti a svantaggio delle donne: mentre guadagnano mediamente il 10% in meno rispetto agli uomini, spendono di più per acquistare i prodotti a loro dedicati.

Su 12 comparti di beni analizzati, ben 7 risultano più cari per il genere femminile. Guardando invece alle percentuali di divario, emerge come siano i prodotti destinati agli uomini, in molti casi, i più cari.

Si tratta solo di operazioni di marketing che vogliono differenziare sempre più per genere (e ora anche per età) alcuni prodotti? Nel 90% dei casi sì. Ma è indubbio che il condizionamento culturale indotto dalla diffusione e dalla massiccia promozione di tali prodotti è forte e spinge molti all’acquisto di prodotti specifici, sempre più personalizzati.

Il consiglio di Federconsumatori è sempre quello di valutare un prodotto in base alla qualità, al prezzo e alla corrispondenza rispetto alle proprie esigenze, al di là di come sia “caratterizzato”. Adottando questo accorgimento vi renderete conto che il portafoglio ne beneficerà.

Ciò non toglie che i dati illustrati mostrano la necessità e l’urgenza di intervenire concretamente per contrastare il gender pay gap e la disoccupazione femminile.

Un timido passo in avanti, in tal senso, finalizzato a ridurre il divario retributivo di genere è rappresentato dalla proposta di legge, approvata alla Camera lo scorso 13 ottobre, che intende favorire la parità salariale tra uomini e donne: l’atto è ora passato al Senato per l’approvazione definitiva (in allegato è reperibile l’analisi).

Di seguito la ricerca completa su gender pay gap e gender tax.

 

 

Gender Pay Gap

Secondo le analisi più recenti metà delle donne lavorano part time: spesso questa formula è imposta dalla necessità di badare ai familiari, dalla mancanza di servizi, o dall’azienda stessa. Secondo i dati Istat il 19,5% delle donne occupate lavora in part time involontario. Oltre un decennio fa, prima dello scoppio della crisi economica, quel tetto era fermo al 10%.

Guardando elle differenze tra il settore pubblico e quello provato emerge come il gender gap del pubblico si attesta attorno al 4,4% mentre quello del privato sale al 17,9%: in nessun altro Paese europeo la distanza è così evidente.

Va ancora peggio se si guarda al reddito complessivo annuo di uomini e donne, ovvero il divario complessivo (overall earnings gap): in Italia, infatti, le donne che lavorano sono ancora poche, i dati Istat rivelano che nella fascia fra i 15 e i 64 anni lavora solo il 50,1 % delle donne, una su due, mentre per gli uomini la percentuale arriva al 68,7%. Al Sud risultano occupate 33 donne su 100, 64 al Nord e 57 al Centro. Una situazione nettamente peggiorata alla luce della pandemia, nel corso della quale tale divario è aumentato.

Guardando all’analisi sui redditi nei diversi settori emerge come in quasi tutti la differenza è a svantaggio del genere femminile. La differenza più marcata si registra, tra i settori presi in esame, in quello dei servizi finanziari, dove il divario raggiunge il 20%. Solo nel comparto dell’edilizia e delle utilities le donne hanno una retribuzione maggiore rispetto agli uomini.

Nelle ultime rilevazioni (relative al 2019) la disparità di genere pesa in media in busta paga per un buon 10 % a favore degli uomini, che guadagnano in media circa 3.009 euro l’anno più delle donne.

Guardando al divario dello stipendio uomo/donna per inquadramento il livello più elevato si raggiunge per gli impiegati (-9,54%).

 

Divario Stipendi tra Donne e Uomini nei principali settori

Settore Donne Uomini Gender Pay Gap
Agricoltura 23.478,00 € 23.996,00 € -2%
Industria di processo 29.982,00 € 31.803,00 € -6%
Industria di manifattura 29.208,00 € 30.996,00 € -6%
Edilizia 32.785,00 € 27.694,00 € 18%
Utilities 33.821,00 € 33.298,00 € 2%
Commercio 28.124,00 € 29.263,00 € -4%
Servizi 26.132,00 € 29.766,00 € -12%
Servizi finanziari 36.718,00 € 45.985,00 € -20%
Media Italia 27.420,00 € 30.429,00 € -10%

RAL Media 2019 per settore – Elaborazione Federconsumatori su dati Istat e Osservatorio JobPricing

 

 

Differenze stipendio per inquadramento

Dirigenti Quadri Impiegati Operai
Donne € 148.206,00 € 62.157,00 € 29.568,00 € 23.502,00
Uomini € 161.682,00 € 68.201,00 € 32.685,00 € 25.781,00
Gender Pay Gap -8,33% -8,86% -9,54% -8,84%

RAL Media 2019 per inquadramento – Elaborazione Federconsumatori su dati Istat e Osservatorio JobPricing

 

Gender Tax

Alcuni le chiamano pink tax e blue tax, di fatto questi nomi servono a definire quel fenomeno per cui alcuni prodotti dedicati espressamente alle consumatrici donne costerebbero di più rispetto agli equivalenti destinati agli uomini, e viceversa.

Sono molti gli esempi che rilevano l’insensato e ingiusto divario di prezzo tra prodotti che hanno lo stesso costo di produzione e distribuzione.

Si parla di deodoranti, prodotti per il trattamento del viso, che presentano un costo maggiore nelle loro varianti “femminili” (più del 50 % di differenza), o ancora delle scarpe sportive e prodotti per la cura del corpo, che hanno un costo maggiore per gli uomini.

Un’altra categoria fortemente colpita da questo fenomeno è quella dei profumi: quelli da donna costano il 29% in più rispetto a quelli da uomo, a parità di quantità e marca.

C’è poi da considerare la cosiddetta Tampon Tax, l’aliquota Iva sugli assorbenti che è pari a quella standard del 22% (applicata, per esempio, anche ai beni di lusso) e che rappresenta un costo fisso per moltissime donne. Proprio in tal senso si prospetta l’introduzione nella Legge di Bilancio di una riduzione dell’aliquota IVA al 10%.

 

Prodotto Variazione % tra versione maschile e femminile
Profumo +29% per la versione femminile
Shampoo +67% per la versione maschile
Bagnoschiuma +9% per la versione maschile
Deodorante +51% per la versione femminile
Crema viso +68% per la versione femminile
Creme corpo +32% per la versione maschile
Scarpe da ginnastica +14% per la versione maschile
T-shirt +26% per la versione maschile
Giacche e cappotti +8% per la versione femminile
Maglie e felpe +4% per la versione femminile
Creme depilatorie +5% per la versione femminile
Rasoi +16% per la versione femminile

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che in realtà la Pink Tax non sia così diffusa come si è ritenuto fino ad oggi, ma che piuttosto sia corretto parlare di ‘Pink Budget’, ovvero l’esistenza di un numero decisamente maggiore di oggetti specificatamente femminili rispetto a quelli dalle spiccate caratteristiche maschili. Quindi il problema non risiederebbe unicamente nel prezzo in sé, ma nel condizionamento culturale che porta le donne a dover comprare in volumi maggiori e oggetti ben specifici, incidendo maggiormente nelle tasche delle consumatrici. Un motivo in più per non lasciarsi condizionare…

 

Parità retributiva di genere (AC 522 Ciprini e altre)

 

Premessa:

Il decreto legislativo 198/2006, il Codice delle pari opportunità tra uomo e donna, all’articolo 46 prescrive alle aziende con più di 100 dipendenti di redigere un rapporto biennale sui vari aspetti inerenti alle pari opportunità sul luogo di lavoro, inclusa la retribuzione. Non è possibile però conoscere quali aziende abbiano redatto il rapporto e quali no, quali siano state sanzionate, né i dipendenti delle aziende hanno modo di accedervi per verificare eventuali discriminazioni.

La proposta di legge si ispira ad altre normative in vigore in paesi europei come Austria, Portogallo, Belgio e Spagna che fanno leva sulla reputazione delle aziende e sulla trasparenza nella comunicazione dei dati al fine di incentivare le aziende a ridurre le disparità di genere in campo lavorativo.

 

Analisi articolato:

L’articolo 1 della proposta di legge dispone che la relazione contenente i risultati del monitoraggio sull’applicazione della legislazione in materia di parità nel lavoro del presente decreto è presentata alle Camere dalla consigliera o dal consigliere nazionale di parità, e non più dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali.

L’articolo 2 modifica l’art. 25 del Codice per le pari opportunità, D.Lgs. 198/2006, inserendo tra le fattispecie discriminatorie anche i provvedimenti di natura organizzativa e oraria che mettono le lavoratrici in una posizione di svantaggio o ne limitano lo sviluppo di carriera. Inoltre, estende la nozione di discriminazione anche alle discriminazioni compiute nei confronti di candidate e i candidati in fase di selezione del personale.

L’articolo 3 modifica il comma 1 dell’art. 46 del Codice per le pari opportunità introducendo l’obbligo per le aziende pubbliche e private che occupano oltre cinquanta dipendenti (prima era previsto oltre i cento) di redigere un rapporto ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile in ognuna delle professioni ed in relazione allo stato di assunzioni, della formazione, della promozione professionale, dei livelli, dei passaggi di categoria o di qualifica, di altri fenomeni di mobilità, dell’intervento della Cassa integrazione guadagni, dei licenziamenti, dei prepensionamenti e pensionamenti, della retribuzione effettivamente corrisposta.

Le aziende pubbliche e private che occupano fino a cinquanta dipendenti possono redigere il rapporto su base volontaria.

Inoltre, sostituisce il comma 2 e 3 dell’art. 46 del Codice per le pari opportunità prevedendo che:

  1. Il rapporto sulla situazione del personale maschile e femminile venga redatto in modalità esclusivamente telematica attraverso la compilazione di un modello pubblicato nel sito internet istituzionale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e trasmesso alle rappresentanze sindacali aziendali.
  2. la consigliera e il consigliere regionale di parità potrà accedere attraverso un identificativo univoco ai dati contenuti nei rapporti trasmessi dalle aziende, elaborare i relativi risultati trasmettendoli alle sedi territoriali dell’Ispettorato nazionale del lavoro, alla consigliera o al consigliere nazionale di parità, al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, all’ISTAT e al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.
  3. Viene disposta la pubblicazione da parte del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, in un’apposita sezione del proprio sito internet istituzionale, dell’elenco delle aziende che hanno trasmesso il rapporto e di quelle che non lo hanno trasmesso.

Sono inoltre definite le modalità di controllo e di sanzione in riferimento all’obbligo di redazione del rapporto:

  1. se l’inottemperanza si protrae per oltre 12 mesi rispetto al termine di 60 giorni entro cui le aziende sono tenute a provvedere, si dispone la sospensione per un anno dei benefici contributivi eventualmente goduti dall’azienda.
  2. la verifica della veridicità dei rapporti è affidata all’Ispettorato nazionale del lavoro, nell’ambito delle sue attività. Nel caso di rapporto mendace si applicano, a seconda del tipo di inosservanza, la sanzione amministrativa pecuniaria di cui all’art. 11 del DPR n. 520/1955 o la pena dell’arresto fino a un mese o dell’ammenda fino a 413 euro.

 

L’articolo 4 introduce l’articolo 46-bis al Codice delle pari opportunità tra uomo e donna, con cui si istituisce la certificazione della parità di genere “al fine di attestare le politiche e le misure concrete adottate dai datori di lavoro per ridurre il divario di genere in relazione alle opportunità di crescita in azienda, alla parità salariale a parità di mansioni, alle politiche di gestione delle differenze di genere e alla tutela della maternità”.

Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sono inoltre stabiliti:

a) i parametri minimi per il conseguimento della certificazione della parità di genere da parte delle aziende, con particolare riferimento alla retribuzione corrisposta, alle opportunità di progressione in carriera e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro anche con rispetto ai lavoratori occupati di sesso femminile in stato di gravidanza.;

b) le modalità di acquisizione e di monitoraggio dei dati trasmessi dai datori di lavoro e resi disponibili dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali;

c) le modalità di coinvolgimento nel controllo e nella verifica del rispetto dei parametri di cui alla lettera a) delle rappresentanze sindacali aziendali e delle consigliere e dei consiglieri di parità regionali, delle città metropolitane e degli enti di area vasta di cui alla legge 7 aprile 2014, n. 56;

d) le forme di pubblicità della certificazione della parità di genere.

Viene istituito, presso il Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, un Comitato tecnico permanente sulla certificazione di genere nelle imprese.

 

L’articolo 5 riconosce alle aziende private, per l’anno 2022, che siano in possesso della certificazione della parità di genere un esonero dal versamento dei complessivi contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, nel limite di 50 milioni di euro annui.

Inoltre alle aziende private che sono in possesso della certificazione della parità di genere è riconosciuto un punteggio premiale per la valutazione di proposte progettuali ai fini della concessione di aiuti di Stato a co-finanziamento degli investimenti sostenuti.

 

L’articolo 6 prevede che le disposizioni di cui al comma 1-ter dell’articolo 147-ter del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, ovvero l’obbligo di dotarsi di uno statuto che preveda che il riparto degli amministratori da eleggere sia effettuato in base a un criterio che assicuri l’equilibrio tra i generi, si applicano anche alle società costituite in Italia e controllate da pubbliche amministrazioni ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile e non quotate in mercati regolamentati.

 

Benzina: rincari vertiginosi fanno schizzare il prezzo oltre i 2 Euro al litro, con aggravi di +168 Euro per il rifornimento. Urgente un intervento sulla tassazione e un severo stop alle speculazioni.

Il costo dei carburanti segna di giorno in giorno nuovi record, in alcune aree del Paese il prezzo della benzina ha raggiunto quota 2 Euro al litro.

Prezzi che, come denunciamo da tempo, sono ben al di sopra del livello a cui dovrebbero attestarsi: dalle analisi dell’O.N.F. – Osservatorio Nazionale Federconsumatori, il prezzo della benzina dovrebbe essere inferiore di almeno 14 centesimi rispetto a quello attuale. Il sovrapprezzo applicato, in termini annui, porta ad un aggravio di circa +168 Euro ad automobilista per i pieni di carburante. Gli aumenti in termini indiretti, dovuti ai rincari dei beni di consumo trasportati in larga parte su gomma, saranno di +118,80 Euro annui a famiglia.

A conti fatti, questi aumenti, se non arginati presto, potranno costare ai cittadini ben +286,80 Euro l’anno.

Aumenti che si aggiungono, tra l’altro, a quelli sulle bollette di luce e gas, nonché per il gasolio riscaldamento.

“È evidente la necessità di prendere provvedimenti urgenti per contrastare tali rincari e, soprattutto, per combattere i gravi fenomeni speculativi in atto.” – afferma Emilio Viafora, Presidente Federconsumatori.

Per calmierare i prezzi è necessario intervenire sul sistema di tassazione che pesa in maniera eccessiva sui carburanti. Su 1,66 Euro al litro di benzina, oltre 73 centesimi sono di accisa, 29 di IVA. Imposta che viene applicata anche sull’accisa: tassando quella che è già una tassa. Un primo passo fondamentale è evitare di applicare imposte su importi già comprensivi di altre tasse, inoltre sarebbe opportuno adottare, come rivendichiamo da tempo, un meccanismo capace di far abbassare automaticamente l’accisa ogni volta che il costo della materia prima cresce oltre la soglia di guardia.

Energia: ancora rincari in vista. Urgente tutelare i nuclei più fragili e sospendere i distacchi per morosità. Pianificare una transizione equa e approvvigionamenti coordinati a livello europeo.

  • Le parole del presidente dell’Arera sugli ulteriori rincari dell’energia in vista nel primo quadrimestre 2022 gettano nuove ombre su un settore già afflitto da numerose turbolenze.Ecco perché si fa sempre più urgente l’adozione di misure destinate da un lato a contenere i costi, dall’altro a proteggere i nuclei più vulnerabili e garantire loro un adeguato accesso alle risorse energetiche.

    Sul primo versante, come affermato ieri anche dal presidente Draghi, è indispensabile agire in maniera coordinata a livello europeo, per l’acquisto e lo stoccaggio delle materie prime nel settore dell’energia, in modo da aumentare la capacità di contrattazione di ciascuno stato.

    Altro aspetto fondamentale ed irrinunciabile è l’equità del processo di transizione ecologica: riteniamo del tutto controproducente e dannoso alimentare il contrasto e l’opposizione al passaggio verso fonti di energia rinnovabili. Il progressivo abbandono della produzione di energia da fonti fossili è un passo obbligato che non può e non deve essere messo in discussione: gli aumenti non sono ricollegabili alla transizione ecologica, bensì a una convergenza di fattori tra cui l’aumento del costo delle materie prime e l’aumento della domanda di energia all’indomani del rallentamento delle attività e della produzione determinato dalla pandemia.

    Non si possono fare passi indietro sul campo della sostenibilità, piuttosto bisogna gestire la transizione in modo che non pesi sui nuclei più fragili e non aggravi il fenomeno della povertà energetica già molto diffuso nel nostro Paese. Ecco perché è necessario definire un piano che garantisca l’accesso alle risorse energetiche a tutti i soggetti fragili e a chi si trova in una condizione di povertà energetica.

    Per questi soggetti e per i morosi inconsapevoli, in questa delicata fase di rincari e difficoltà, è indispensabile disporre la sospensione dei distacchi da parte delle aziende, così come fatto nei primi mesi della pandemia. È inoltre indispensabile, come sosteniamo da tempo, rimodulare gli oneri di sistema, eliminandone alcuni e spostandone altri sulla fiscalità generale: in tal modo la bolletta registrerebbe mediamente una riduzione di oltre il 19,2% dell’importo.

    Saranno questi alcuni dei punti della piattaforma che presenteremo al Governo e al Parlamento unitamente ad altre Associazioni.

    Siamo di fronte ad una situazione straordinaria, che richiede misure eccezionali per tutelare le fasce più deboli, ma anche una lotta senza quartiere a fenomeni speculativi, abusi e condotte scorrette. Monitoreremo attentamente questi fenomeni e siamo pronti a raccogliere tutte le segnalazioni che gli utenti ci invieranno.

Telemarketing: la multa a Sky dimostra la necessità di interventi urgenti contro le promozioni illecite. Si dispongano sanzioni adeguate, fino ad arrivare alla sospensione dell’operatività.

Il Garante della Privacy ha multato Sky Italia per 3 milioni e 200mila euro per aver svolto attività promozionale illecita, in particolare attraverso telefonate a scopo commerciale senza fornire ai destinatari una adeguata informativa e senza acquisirne il consenso al trattamento dei dati personali. Sky ha utilizzato liste di nominativi e recapiti acquisite da altre società, omettendo di verificare che gli utenti non avessero già espresso la propria contrarietà a ricevere telefonate a scopo pubblicitario.

L’episodio dimostra ancora una volta che il problema del telemarketing selvaggio necessita di interventi incisivi e rapidi, da troppo tempo rinviati. Già da mesi avrebbe dovuto essere approvato il Regolamento Applicativo del nuovo Registro delle Opposizioni, che tuttavia sembra essersi arenato nel pantano della burocrazia. Peraltro anche la nuova normativa non è esente da criticità, che abbiamo già evidenziato a suo tempo: nonostante sia positiva l’estensione del Registro anche alle numerazioni non inserite negli elenchi telefonici pubblici e alla telefonia mobile, il testo presenta delle lacune – in particolare in merito alla cancellazione dei consensi rilasciati dall’utente al trattamento dei dati a fini commerciali – che rischiano di penalizzarne l’efficacia.

L’intervento dell’Authority è certamente apprezzabile ma l’esperienza, in questo e in altri settori, ha dimostrato che le sanzioni ex post da sole servono a poco. Quello che serve veramente, invece, è una normativa efficace, con sanzioni adeguate che fungano da concreto deterrente contro tali pratiche. È del tutto inammissibile che gli utenti siano ancora in balìa delle condotte scorrette di aziende che non si fanno scrupolo di violare i diritti dei consumatori.

Come Federconsumatori continuiamo a batterci perché il Registro delle Opposizioni venga corretto in modo da tutelare efficacemente i cittadini: sollecitiamo quindi il rapido svolgimento della fase di consultazione con le Associazione dei Consumatori – prevista e non ancora svolta – e la successiva celere approvazione di un Regolamento che sia finalmente completo ed efficace. Al contempo riteniamo sia necessario inasprire le sanzioni, fino ad arrivare alla sospensione della possibilità di operare nel mercato, per chi viola sistematicamente i diritti degli utenti.

ATTACCO ALLA CGIL: Fermare subito la pericolosa deriva antidemocratica. Gruppi neofascisti cavalcano la protesta no vax

Federconsumatori esprime piena solidarietà alla CGIL Confederazione Generale Italiana del Lavoro, la cui storica sede di Corso d’Italia è stata oggetto di un vile attacco squadrista.
Dietro le frange più estreme di no vax e no green pass si celano pericolosi gruppi neofascisti, pronti a mostrare il volto più oscuro delle forze antidemocratiche.
Questa deriva va fermata, ORA.
Saremo in prima linea al presidio indetto domani alle ore 10:00 per rivendicarlo a gran voce.

DAZN: dopo le ripetute segnalazioni di Federconsumatori, finalmente un intervento di AGCom a tutela degli abbonati. L’azienda non può più nascondersi: gli utenti hanno diritto ad un servizio di qualità.

Anche in seguito alle sollecitazioni e alle segnalazioni più volte trasmesse da Federconsumatori, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha finalmente adottato un provvedimento di urgenza nei confronti di Dazn per i ripetuti e diffusi disservizi riscontrati nella trasmissione in live streaming delle partite di calcio della serie A di calcio. Oltre ad aver accertato le criticità segnalate da Federconsumatori relativamente alla insufficiente qualità del servizio, AGCom ha confermato le criticità da noi evidenziate in merito alle pressoché inesistenti contromisure adottate dalla società e all’inadeguatezza del customer care. Accogliamo pertanto con grande soddisfazione il provvedimento con cui l’Authority intima a Dazn di adottare “ogni accorgimento funzionale a prevenire i malfunzionamenti della propria piattaforma” nonché di garantire “un servizio di assistenza clienti efficace ed efficiente, che preveda la possibilità di un contatto diretto con una persona fisica”.

In questi giorni abbiamo contestato con forza la politica dell’azienda, che ha addirittura negato che si stessero verificando importanti malfunzionamenti e che dall’inizio del campionato non ha in alcun modo rispettato il diritto degli utenti ad usufruire di un servizio di qualità. Blocchi del video, interruzioni di trasmissione, assenze di segnale, problemi di audio e prolungati blackout sono solo alcuni dei numerosi disservizi che gli abbonati sono stati costretti a sopportare, del tutto impotenti ed inermi nei confronti di una piattaforma che, dopo aver triplicato il costo del canone mensile, non mette a disposizione un adeguata assistenza agli abbonati e che ha persino rifiutato di erogare alla totalità della clientela una compensazione per i disagi subìti.

Valutiamo inoltre positivamente l’avvio da parte della stessa AGCom di un procedimento per definire i parametri di qualità dei servizi di trasmissione in live streaming da parte della società Dazn e le soglie ed i criteri per l’erogazione di indennizzi agli abbonati.

Il fatto che anche l’Authority abbia riconosciuto e accertato la fondatezza delle nostre segnalazioni dà ancora più forza alla nostra iniziativa ed azione per impedire a Dazn di continuare impunemente ad adottare comportamenti lesivi dei diritti dei consumatori. Rinnoviamo inoltre l’invito a chiunque abbia necessità di informazioni e assistenza a rivolgersi ad una delle sedi Federconsumatori presenti su tutto il territorio nazionale.

Salute: Pieno sostegno al disegno di legge di riforma della rete d’emergenza 118. Le esigenze dei cittadini prevalgano sugli interessi corporativi.

Federconsumatori e Società Italiana Sistema 118 ribadiscono il pieno sostegno al disegno di legge n.1715 del 2020 presentato dalla Senatrice Castellone per la riforma del sistema 118.

In questa vicenda così delicata e importante la preoccupazione di tutti dovrebbe essere la progressiva trasformazione delle ambulanze in semplici vettori di trasporto, privi delle necessarie professionalità.

Da sempre siamo contrari alla dequalificazione diffusa del servizio 118. Un disegno di chi ha perso la via maestra della centralità del cittadino da salvare ed ha scientemente confuso il principio base dei soccorsi, ovvero il trasferimento nel minor tempo possibile presso il centro di cura specialistico, con il trasferimento verso il pronto soccorso più vicino. Si è sancita così una perdita evitabile di vite umane per ritardi dovuti ad ingiustificabili triangolazioni da un pronto soccorso all’altro, invece di trasferimenti diretti dal luogo d’evento al centro di specialità.

Alla luce di tutti i limiti dimostrati già prima della pandemia, ed ancor più a seguito della stessa, da una fallimentare visione ospedalocentrica e attenta solo all’equilibrio di bilancio della sanità pubblica, si rende impellente un intervento normativo volto a difendere e valorizzare la rete d’emergenza urgenza, per assicurare al cittadino un soccorso qualificato e tempestivo sui territori.

Riteniamo, nell’interesse dei cittadini, il sistema debba essere fondato sui seguenti punti:

  • Garanzia della chiamata diretta alle centrali operative di risposta tramite il numero nazionale 118, senza inutili e dannose intermediazioni che dilatino i tempi di soccorso, pur preservando la concorrente presenza del numero 112;
  • Difesa e potenziamento delle centrali operative esistenti a base territoriale provinciale, munite dei più moderni sistemi di geolocalizzazione, con organizzazione dipartimentale di coordinamento partecipativa di tutte le professionalità coinvolte e delle realtà associative, di volontariato e di tutela, senza inutili e costose centralizzazioni regionali;
  • Affidamento esclusivo dei soccorsi primari a team specialistici medico-infermieristici evitando pericolosa dequalificazione del servizio;
  • Standard numerico minimo dei mezzi dedicati ai soccorsi primari tarato sul reale fabbisogno territoriale ed in ogni caso con la garanzia di legge di tempi massimi di attesa.

Ci auguriamo che il Senato, prima di assumere una decisione in materia, ascolti il parere di Federconsumatori e Società Italiana Sistema 118, impegnate a tutelare il “diritto” dei cittadini ad un soccorso degno di questo nome e non a suoi tristi surrogati, come l’esperienza comune ci ha insegnato.

Carburanti: Dopo energia elettrica, gas, benzina e gasolio, volano anche metano e GPL. Si teme per l’inverno un nuovo picco dei costi per il riscaldamento: +19%. Necessarie politiche di sistema per tutelare le famiglie più vulnerabili.

Vola ancora il costo dei carburanti: stavolta a segnare nuovi record sono i prezzi di metano e GPL, che raggiungono rispettivamente picchi di 2 Euro al litro e di 0,79 Euro al litro.

Un andamento allarmante, dovuto all’aumento delle quotazioni del gas (per quanto riguarda il metano) e dei prezzi di contratto per ottobre (per il GPL): il risultato è una vera e propria stangata per i consumatori, che ammonterà a circa +132 Euro annui.

Aumenti che si aggiungono a quelli esorbitanti già previsti nella bolletta della luce ed in quella del gas e che fanno temere il peggio per l’inverno in arrivo. Si prospetta, infatti, un ulteriore rincaro dei costi per il riscaldamento, che potrebbe raggiungere i picchi del 2012.

Secondo le stime dell’O.N.F. – Osservatorio Nazionale Federconsumatori il costo del gasolio riscaldamento subirà un’impennata del +19%, facendo registrare una spesa media annua, per una famiglia media in appartamento di 100 metri quadrati, di oltre 1.400 Euro.

Spesa annua per il riscaldamento per un appartamento di c.ca 100 m2
 

Media Italia

€ 1.475,50

 

È evidente l’urgenza di correre ai ripari e adottare politiche di sistema tese a contenere gli aumenti: a maggior ragione alla luce delle dichiarazioni del Ministro Cingolani che si augura un calo dei prezzi del gas dopo il primo trimestre 2022.

Stiamo affrontando una nuova fase nel mercato dell’energia, a cui bisogna rispondere tutelando le famiglie più vulnerabili e arginando il fenomeno della povertà energetica, senza, però, commettere l’errore e la contraddizione di frenare il necessario sviluppo delle rinnovabili.

Ecco perché, come rivendichiamo da tempo, siamo convinti sia necessario il massimo sforzo per coordinare a livello europeo l’acquisto delle materie prime: proprio in tal senso arriva da Spagna e Francia la proposta di una piattaforma UE per i contratti di gas naturale, in modo da far fronte comune contro la congiuntura dei prezzi dell’energia.

Inoltre, a livello nazionale, è indispensabile mettere in campo misure più determinate in direzione della riforma di oneri di sistema e accise, eliminando l’applicazione dell’IVA su altre tasse e spostando alcune componenti sulla fiscalità generale (a partire proprio dagli incentivi per le fonti rinnovabili). Riteniamo improrogabile in questa fase, inoltre, che il Governo si impegni a promuovere un accordo di sistema tra autotrasportatori e reti di vendita dei carburanti, per evitare ulteriori rincari. È fondamentale monitorare e arginare i fenomeni speculativi.

Questa emergenza richiede la collaborazione di tutti: ecco perché chiediamo al Governo di ascoltare la voce dei cittadini e le proposte delle associazioni che ne tutelano gli interessi ed i diritti.

Energia: l’Arera aggiorna le tariffe +29,8% per l’elettricità e +14,4% per il gas. L’intervento del Governo insufficiente a contenere gli aumenti.

Come di consueto l’Autorità per l’Energia ha aggiornato le tariffe trimestrali per l’energia elettrica e il gas. Seppure più “contenuti” rispetto a quanto paventato nelle settimane scorse gli aumenti ci saranno e saranno notevoli: si prevede, infatti un incremento del +14,4% per il gas e +29,8% per l’elettricità.

Aumenti incredibili che evidenziano quanto ci sia ancora da fare per calmierare i prezzi in questo settore e come si siano rivelate insufficienti le operazioni messe in atto finora da parte del Governo.

Alla luce di tale andamento per la spesa annuale per la famiglia-tipo sarà di circa 631 euro, con una variazione del +30% rispetto al 2020 (corrispondente ad un aumento di circa 145 euro su base annua). Per il gas, invece, la spesa della famiglia tipo ammonterà a circa 1.130 euro, con una variazione del +15% circa rispetto al 2020 (corrispondente ad un aumento di circa 155 euro su base annua).

“Per l’elettricità – rileva l’Autorità – la spesa annua del 2021 è superiore di circa il 13% rispetto a quella pre-Covid del 2019, mentre per il gas si è sostanzialmente tornati ai livelli del 2019.

 

Un andamento allarmante, soprattutto dal momento che le dinamiche che lo determinano non sono episodiche, bensì testimoniano una tendenza che andrà crescendo nei prossimi anni. Per questo è necessario che l’azione dell’Autorità e del Governo sia determinata e di carattere strutturale: deve prevedere misure adeguate a far fronte alla nuova domanda di energia. In tal senso ben venga utilizzare, come avevamo proposto, i proventi dei permessi per l’emissione di CO2, ma è necessario fare molto di più: bisogna prevedere misure proporzionate alle condizioni delle famiglie (non facendo pesare gli oneri di sistema su tutti gli utenti nella stessa misura) e destinate a promuovere sempre di più le comunità energetiche e la produzione di energia pulita.

Nel dettaglio continuiamo a rivendicare un insieme di misure mirate e realmente utili a determinare una svolta nella lotta alla povertà energetica e nel processo di transizione energetica, attraverso:

  • Una rimodulazione e riforma degli oneri di sistema e delle accise sui carburanti. In tal senso è fondamentale eliminare dagli oneri di sistema le voci obsolete e ingiustificate (ad esempio quella che prevede il sostegno dei regimi tariffari speciali per il servizio ferroviario). Inoltre è necessario applicare l’IVA solo sui costi della materia prima e non su importi già comprensivi di altre tasse.
  • Lo spostamento di alcuni incentivi (a partire da quello per le energie rinnovabili definito dalla componente Asos) sulla fiscalità generale.
  • Un maggiore controllo sulla trasparenza e sulla veridicità delle offerte, nonché sulle pratiche messe in atto da chi vende i contratti di energia, in vista dell’abolizione del mercato tutelato per le famiglie previsto nel 2024.
  • L’istituzione dell’albo dei venditori autorizzati ad operare nel settore dell’energia in base a parametri che prendano in considerazione non solo solidità e correttezza e soprattutto il loro impegno nel campo dell’energia sostenibile.
  • Una sospensione, in questa delicata fase, dei distacchi per morosità.
  • L’avvio di politiche di sistema che puntino ad affermare, in maniera più decisa e determinata, la transizione nel nostro Paese
  • La ridefinizione del ruolo dell’Acquirente Unico, che dovrà poter continuare ad acquistare energia verde per la pubblica amministrazione.
  • Una politica degli acquisti di gas ed energia coordinata e gestita a livello europeo, per un approvvigionamento delle risorse più vantaggioso per gli stati membri.

DAZN: compensazione per i disservizi subìti del tutto inadeguata. Estendere la mensilità gratuita a tutti gli abbonati.

Ancora un week end di passione per gli abbonati DAZN. Nonostante la situazione sia meno grave rispetto alla precedente giornata di campionato, in cui si è rivelato impossibile per la stragrande maggioranza degli abbonati assistere alle partite di calcio, in questi giorni non sono mancati problemi e malfunzionamenti. Le sedi Federconsumatori continuano a ricevere copiose segnalazioni, in seguito alle quali abbiamo chiesto un intervento di AGCom a tutela dei diritti degli utenti e abbiamo inoltre inviato alla società formale richiesta di erogazione di un rimborso a tutti gli abbonati.

Proprio in queste ore organi di stampa riportano la notizia del riconoscimento da parte di DAZN di una mensilità gratuita a coloro i quali abbiano riscontrato problemi nella visione. La compensazione tuttavia, non spetterà alla totalità della clientela, poiché sarà la società, a suo insindacabile giudizio, a decidere a chi erogare la gratuità: i “fortunati” riceveranno una comunicazione via mail, contente il link a cui accedere per la richiesta di rimborso.

Vista la ritrosia mostrata fino a questo momento dall’azienda – che in risposta alle nostre precedenti comunicazioni ha persino negato gli evidenti e diffusi malfunzionamenti e ha rifiutato, almeno in un primo momento, qualsiasi proposta di rimborso – viene spontaneo chiedersi con quali mezzi e strumenti e con quale livello di precisione la società sarà in grado di individuare ed identificare i clienti che effettivamente non abbiano avuto la possibilità di visualizzare le partite. E ancora: la compensazione spetterà solo a quanti non siano riusciti affatto ad assistere alle partite oppure verrà erogata anche a coloro i quali abbiano perso solo una parte dell’incontro a cui erano interessati? Al momento non è dato saperlo.
Ciò che è certo è che fino a questo momento i clienti DAZN hanno visto triplicare il canone mensile proprio in seguito all’acquisizione dei diritti per la trasmissione degli incontri di serie A, subendo un considerevole aumento dei costi a fronte di un notevole peggioramento della qualità del servizio.

L’iniziativa di DAZN non può essere considerata sufficiente a compensare i disservizi subìti dagli utenti, meno che mai se adottata con un criterio così selettivo di cui peraltro non sono neanche del tutto chiari i parametri di applicazione: vista la diffusione e soprattutto la pluralità di malfunzionamenti riscontrati – dai problemi di audio al blackout totale passando per i rallentamenti del video – esortiamo quindi la società ad estendere quantomeno la gratuità a tutti i clienti.

Nel frattempo rinnoviamo l’invito a tutti i consumatori a segnalare ulteriori problemi alle nostre sedi presenti su tutto il territorio regionale.